
Un
mattino mi trovavo in classe. Era una splendida giornata di primavera
come quelle che rendono la Valtellina un luogo incantato, con mille
tonalità di verde sugli alberi. I ragazzi di prima media, a Gordona,
mi chiesero: <Professore possiamo scrivere una favola?>. <Ne
scriverò una anch’io, insieme a voi>. Il compito in
classe ebbe subito inizio ed anche la mia favola, che è una figlia
del 1968.
In quell’anno mi ero laureato al Magistero di Genova, partecipando
in prima persona al Movimento studentesco della città. Erano
tempi esaltanti. Il mondo della pace e quello della giustizia sembravano
possibili. Si gridava: <L’immaginazione al potere>. Nelle
aule della facoltà si inventavano nuove forme di didattica e
di rapporti umani. Ci sembrava di essere uniti e che ogni traguardo
si trovasse a portata delle nostre mani. Un meraviglioso senso di euforia
ci invadeva ogni giorno. Poi fui trasferito tra gli affabili boscaioli
di Gordona e cercai di portarvi i metodi attivi della scuola di Barbiana:
in pedagogia, Don Milani era il mio principale modello.
Signornò - le nuove avventure di Ercole – nacque così,
in una anonima aula scolastica ai piedi delle Alpi Retiche. In mezzo
ai figli dei contadini mi trovavo a mio agio. Erano ragazzi svegli e
allegri. A undici anni sapevano arrampicarsi su un albero, su una roccia.
Portavano il peso dell’erba o della legna sulle spalle, governavano
le bestie nelle stalle. In altre parole, partecipando al processo produttivo
della famiglia, possedevano la vivacità del bambino e la saggezza
dell’adulto. In mezzo a loro mi sentivo come in famiglia. Con
il loro modo di parlare, semplice e concreto, mi hanno insegnato a scrivere:
quell’anno tutte le incrostazioni linguistiche lasciate dall’università,
caddero dalla mia penna.
In queste condizioni le fatiche di Ercole non potevano più assomigliare
alla lotta contro il leone di Nemea o l’idra di Lerna. Mostri
ben più temibili si annidavano nel tessuto della società
moderna: violenza di massa nella guerra in Vietnam, stupidità
in pedagogia, sfruttamento, alienazione sociale; ovunque, ingiustizia
e falsità nei rapporti umani. Nel racconto, Ercole impiegava
la sua immensa forza di lottatore per liberare gli uomini dalle varie
forme di schiavitù in cui, spesso senza saperlo, si trovano imprigionati.
A distanza di tanti anni (Signornò fu pubblicato da Einaudi nel
1973) si capisce ancor meglio che si trattava di una fiction. Qualche
tempo più tardi, la questione fu posta nella libreria per ragazzi
di Denti, a Milano. Un giovanissimo allievo chiese: <Perché
Signornò è stato scritto sotto forma di favola?>.
Ricordo che quella domanda pesante mi fece piegare le spalle. Sentivo
addosso il peso della storia, e avevo imparato che un conto è
scrivere, e un altro è cambiare gli uomini nella realtà
delle cose esistenti.
Il primo capitolo del libro si intitolava:

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