I
Dovendo portare
al mondo la buona Novella, Giovanni inizia il suo Vangelo attraverso
un annuncio linguistico: “In principio era il Verbo/ il verbo
era presso Dio/ e il verbo era Dio”.
Anche nei Veda, testo sacro dell’induismo, Vac (la Parola) ha
il valore di un inizio: è la prima manifestazione di Braham,
l’Assoluto. “Vac è la parola totale vivente in tutti
i suoi aspetti” - dice Raimon Panikkar – e lo è “nella
sua risonanza cosmica, nella sua forma visibile, nel suo suono, nel
suo significato, nel suo messaggio … Vac è l’incarnazione
tanto dell’uomo quanto di Dio” (cfr. Raimon Panikkar, Profeta
del dopodomani di Raffaele Luise, ed. San Paolo 2011, pag. 62).
Il Corano è ritenuto dai musulmani come la scrittura dettata
dalla Voce di Allah. L’alfabeto ebraico si vale di 22 lettere,
ognuna delle quali rimanda ad un aspetto del Divino.
Con uno spirito più laico, il Buddhismo sottolinea l’importanza
della Parola nell’Ottuplice Sentiero. Nostro dovere è pronunciare
parole rette, in modo che esse non danneggino gli altri o noi stessi.
Occorre sorvegliare che la parola sia sempre veritiera, perché
le cose presentate in modo diverso da quello reale, costituiscono una
bugia. Anche la calunnia è un discorso improprio, in quanto ciò
che viene affermato non corrisponde all’essere. Inoltre con la
parola si può ferire l’altro: la cicatrice sanguinerà
come per un colpo di spada. Insomma la parola ha una sua sacralità
e dignità: non è bello buttarla al vento con discorsi
insensati o pettegolezzi.
Ancora nel Rinascimento, ricorda Panikkar, fu viva la passione per la
filologia “sacra” - il sacro amore per la parola - che portò
alla riscoperta dei classici latini e greci e all’interesse per
le lingue vernacolari.
La visione “religiosa” della Parola incominciò a
declinare, in Occidente, soltanto con il nascere dell’età
moderna. All’inizio del sec. XIV era stato inventato l’orologio
meccanico, che con il movimento dei suoi ingranaggi indicava dai campanili
lo scorrere del tempo. L’orologio divenne la metafora con cui
Newton rappresentò l’universo: una macchina ben oleata
in ogni sua parte, che l’uomo poteva osservare dall’esterno,
come si guarda un oggetto. La parola divenne descrittiva. Perse il suo
collegamento con la Trascendenza, diventando il modo di espressione
dell’Immanente, tanto più che un filosofo francese, Descartes,
aveva separato la coscienza umana (res cogitans) dalla materia (res
extensa). Le macchine, come si sa, non possiedono un’anima. E
l’uomo che stava per instaurare la società di mercato prese
ad osservare il mondo come una cosa fisica, cercando di carpirne i segreti
per concludere buoni affari. Lo stesso Newton, su un altro livello,
condusse una ricerca profetica con l’ausilio della Bibbia. Questa
ricerca prevedeva un uso simbolico delle parole. Ma alla sua morte Newton
volle che i suoi scritti esoterici rimanessero segreti: giudicava che
l’umanità non fosse ancora matura per comprenderli. E aveva
ragione: stava per cominciare il grande assalto alle viscere della Terra.
Affari e simboli sono due categorie incompatibili e l’unico “simbolo”
che il commercio ammette è la $ sbarrata, come indicatore del
dollaro. Intanto Julien Offroy de Lamettrie, figlio di un ricco negoziante
e diventato medico, dava inizio a quella visione per cui l’uomo
è una macchina, che avrebbe conquistato interamente la medicina
ufficiale del’Occidente. Non soltanto il mondo ha perso l’anima,
ma la stessa sorte tocca adesso all’uomo. Il messaggio offerto
da L’homme machine è uno splendido esempio di quella che
io chiamo parola parziale o partigiana, perché mancante di completezza.
La parola parziale si ispira infatti ai sensi fisici e all’emisfero
sinistro razionale, dopo aver decretato l’espulsione di quella
parte femminile e del suo corollario, l’intuizione, che soli permettono
di percepire la Trascendenza. Ecco l’essere umano presentato da
Lamettrie:
Chi
sa se la ragione dell’esistenza dell’uomo non si trovi
nella sua stessa esistenza? Forse egli è stato buttato a caso
su un punto della superficie della terra, senza che si possa sapere
né come, né perché, ma sapendo soltanto che egli
deve vivere e morire, come quei funghi che spuntano da un giorno all’altro
o quei fiori che orlano i ruscelli e coprono i muraglioni.
Qui i due estremi
si toccano: la razionalità si tinge d’irrazionale e nelle
parole del medico di Saint Mâlo è già prefigurato
lo smarrimento esistenziale di Kafka, l’avvilimento di Pavese
e la teoria dell’assurdo di Sartre. La parola non è mai
innocente. In Mein Kampf, ad esempio, gronda sangue e giustifica il
verso di Brecht: <dalle biblioteche escono i massacratori>. Molti
dirigenti nazisti, che organizzarono lo sterminio dei “diversi”,
erano persone colte e impiegavano la loro cultura per organizzare cose
nefande. La parola parziale prende campo nel corso dell’Ottocento
e del Novecento e sbaraglia i suoi avversari. Vani sono i tentativi
dei Romantici, che vogliono colorarla di sentimento, vani i poeti maledetti
che con Baudelaire confessano la sconfitta dell’uomo, proprio
nel bel mezzo della rivoluzione industriale:
Rassegnati
mio cuore, dormi il tuo sonno di bruto …/ La Primavera adorabile
ha perduto ogni odore .
Alfred
de Vigny, nel 1837, l’aveva anticipato con una bella intuizione:
Du
jour où il sut lire il fut Poète, et dès lors
il appartint à la race toujours maudite par les puissances
de la terre... ».
Le potenze della
terra erano quelle economiche, e il vigoroso assalto al business, il
ricorso alla guerra, ed il sostegno incondizionato di una scienza e
di una tecnologia interessate, che gridavano a pieni polmoni una sola
parola: <vendere!>, portarono alla vittoria totalitaria della
parola parziale.
Una rapida scorsa alla poesia italiana del ‘900 ci permette di
scoprire le funzioni della parola parziale:
Funzione
di gioco: “Farafarafarafa,/ tarataratarata,/ paraparaparapa,/
laralaralarala” (Aldo Palazzeschi, E lasciatemi divertire!).
Funzione di rottura: “Il baccalà che
sperimenta il Nirvana fiorito di pomodori nelle zangole azzurre”
(Filippo Marinetti, Mattina). “Scrivo: <così>;
(così):/ scrivo: CO (sopra, prima); e poi: SÍ (sotto,
dopo) (Edoardo Sanguineti, T.A.T.).
Funzione narrativa: “A portarmi fu il caso
tra le nove/ e le dieci d’una domenica mattina/ svoltando a
un ponte/ uno dei tanti, a destra/ lungo il semigelo d’un canale”
(Vittorio Sereni, Dall’Olanda).
Funzione di realtà: “C’è
un corpo in poltiglia/ con crespe di faccia, affiorante/ sul lezzo
dell’aria sbranata” (Clemente Rebora, Voce di vedetta
morta). “Giocattoli sono le strade e/ infermiere sono le abitudini
distrutte da/ un malessere generale” (Amelia Rosselli, Documento).
Funzione di proiezione: “Ci sono angoscie rapide-vaste
come bitume di nubi sopra le valli” (Giovanni Boine, Limite).
Funzione di denuncia sociale: “Altri morirà
per le medaglie e per le ovazioni” (Piero Jahier, Dichiarazione).
“Considerate se questo è un uomo,/ che lavora nel fango/
che non conosce pace/ che lotta per mezzo pane/ che muore per un sì
o per un no” (Primo Levi, Shemà). “E siamo indietro,
con i padri che non sanno,/ a tossire nelle mattine di sciopero”
(Franco Fortini, Per una storia dell’industria).
Funzione escatologica: “Ma per i cuori leggeri
un’altra vita è alle porte:/ Non c’è di
dolcezza che possa eguagliare la Morte” (Dino Campana, Il canto
della tenebra). “Ho tanta fede in te. Mi sembra/ che saprei
aspettare la tua voce/ in silenzio, per secoli/ di oscurità”
(Antonia Pozzi, Confidare).
Funzione psicologica: “E tutta la mia poca
gioia – e tu -/ fin che mi strazi questo ricordare” (Camillo
Sbarbaro, Versi a Dina). “Così s’interroga/ il
vecchio, dondolando la testa, mentre/ soffre e dubita” (Carlo
Betocchi, Più oscure latebre).
Funzione di liberazione: “Ch’io rompa
la strettoia della mia fosca tana,/ ove sto nella triste obliquità
che pensa” (Arturo Onofri, Confondersi nella natura)
Funzione di rassegnazione: “Ore deserte,/ luoghi
per me divenuti un sepolcro/ a cui faccio la guardia” (Vincenzo
Cardarelli, Abbandono).
Funzione di lamento: “Tutto si muove contro
te. Il maltempo, le luci che si spengono, la vecchia/ casa scossa
a una raffica e a te cara/ per il male sofferto” (Umberto Saba,
Il vetro rotto). “Si fanno versi per scrollare un peso/ e passare
al seguente” (Vittorio Sereni, I versi).
Funzione di spersonalizzazione: “Folli i miei
passi come d’un automa” (Giuseppe Ungaretti, Folli i miei
passi). “Se volete incontrarmi,/ cercatemi dove non mi trovo”
(Giorgio Caproni, Indicazione).
Funzione di decadenza: “È/ un’angoscia
limbale sempre incerta/ tra la catastrofe e l’apoteosi/ di una
rigogliosa decrepitudine” (Eugenio Montale, Sul lago d’Orta).
Funzione di estraneità: “Aspro è
l’esilio,/ e la ricerca che chiudevo in te/ d’armonia
oggi si muta/ in ansia precoce di morire” (Salvatore Quasimodo,
Vento a Tindari). “Ed io non mi ricordo più chi sono”
(Sandro Penna, Il viaggiatore insonne). “Penso ai giorni/ d’aprile
che … ho vissuto come in sogno, ora rinchiusi/ sigillati dietro
un vetro trasparente/ in un verde irraggiungibile deserto” (Alessandro
Parronchi, A che pensi?).
Funzione di avvilimento: “Verrà la morte
e avrà i tuoi occhi -/ questa morte che ci accompagna/ dal
mattino alla sera, insonne,/ sorda, come un vecchio rimorso/ o un
vizio assurdo” (Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà
i tuoi occhi).
Funzione di impotenza: “e la notte era un vano
chiamare/ nell’eco perduta dei morti” (Alfonso Gatto,
Plenilunio). “S’è strozzato nel caldo/ il concerto
della vita” (Vittorio Sereni, Concerto in giardino). “Non
ho tendine né osso/ che non dica in nota acuta: <Più
non posso> (Franco Fortini, Composita solvantur). “Sarà
stato inutile tutto/ poi che tutti saremo stati”
(Giovanni Giudici, Il progetto di se stesso).
Funzione di quotidianità: « A quest’ora
meridiana/ lo spaniel invecchia sul mattone/ tiepido, il tuo cappello
di paglia/ s’allontana nell’ombra della casa” (Attilio
Bertolucci, At home). “Luna mia alta dove/ è il gatto
riverso che si spulcia? (Leonardo Sinisgalli, Imitazione della luna).
Funzione di precarietà: “E le parole
è così facile/ che colte così presto si corrompano”
(Piero Bigonciari, È semplice). “Strappalo, quel foglio/
bianco che tieni in mano” (Franco Fortini, Sereni esile mito).
Funzione di protesta: “Questo tempo non ha
lingua, non ha argomento?” (Mario Luzi, Muore ignominiosamente
la Repubblica).
Funzione di solitudine: “Fontana di amòur
par nissùn” (Pier Paolo Pasolini, Dedica).
Funzione di ricerca: “Tra nüm e Diu gh’è
cume un voj de aria,/ penser, un nient, un sass surd e luntan …
(Tra noi e Dio c’è come un vuoto d’aria/ i pensieri,
un nulla, un sasso sordo e lontano …), (Franco Loi, Liber).
Funzione di dubbio: “Ma come io possiedo la
storia, / essa mi possiede; ne sono illuminato:/ ma a che serve la
luce?” (Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci). : “Questo
caro sgomento mio d’esistere …” (Giovanni Giudici,
Questo caro sgomento).
Funzione profetica: “Insomma intorno a noi,
signori, grandi sono i pericoli/ e numerosi e non ho bisogno di dirvi
che il panico è paralizzante” (Giorgio Orelli, Se).
Funzione di ricordo: “E domani, Mercedes,/
sfogliare pagine del tempo perduto/ tra meringhe e sorbetti al Biffi
Scala” (Luciano Erba, Un’equazione di primo grado). “Padre,
i tuoi gesti sono aria nell’aria/ come le mie parole vento nel
vento (Franco Fortini, Lettera).
Funzione descrittiva: “All’ombra del
Duomo, di un fianco del Duomo/ i segni colorati dei semafori le polveri
idriz elettriche/ mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo/
tra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto” (Elio
Pagliarani, La ragazza Carla).
Funzione di sconfitta: “L’anancasma che
si chiama vita:/ macchie, macchine, muscoli, ceneri,/ spasmi, fu il
corso di quella partita/ in cui perdesti te stesso e il tuo stesso
perderti” (Andrea Zanzotto, Appunti per un’ecloga).
Chi avesse l’interesse
a svolgere una ricerca più completa ed accurata, troverebbe sicuramente
un numero più alto (e vario) di funzioni della parola parziale.
La prima impressione del lettore è che sia mancato nella nostra
letteratura il corrispondente italiano di Walt Whitman, il poeta della
forza vitale e della felicità terrestre. Il poeta americano aveva
colpito così fortemente Cesare Pavese, che questi gli dedicò
una tesi di laurea: dovette apparirgli come il suo esatto contrario.
Insomma sembra che siano mancati nel nostro Novecento poetico quella
carica di fiducia, quell’entusiasmo e quella gioia di essere al
mondo che sono da considerare i segni di un popolo lanciato con fiducia
verso il proprio futuro. Troppo spesso assistiamo invece ad una rassegna
di dubbi, smarrimenti, sentimenti di sconfitta e impotenza, che danno
l’impressione di leggere poeti centenari che si indirizzano a
lettori stanchi e sfiduciati: ai quali deve piacere immensamente rispecchiare
le proprie tristezze in quelle degli autori famosi.
La domanda che porrò al Congresso è: E ADESSO?
Negli ultimi decenni la parola parziale, nel suo uso sociale operato
dall’Autorità, si è slabbrata perdendo in chiarezza,
autenticità, dinamismo, aderenza alla realtà. In sintesi,
ha perso il rapporto con la verità.
Questo è il compito che occorre assegnare alla parola del futuro.
Se essa vorrà assolverlo, non dovrà più essere
parziale, ma riconquistare la sua completezza e totalità, cioè
occuparsi di tutte le dimensioni dell’essere umano: il corpo e
la psiche, i sentimenti e lo spirito, il basso e l’alto, il futuro
e il destino, l’individuale e il sociale, il privato e il pubblico,
il particolare e l’universale, la materia e il suo contrario.
A questa tipo di parola do il nome di parola olistica o globale.
Luciano
Jolly
II
Esistono concetti che si possono trasferire da una disciplina all’altra,
come avvenne grossolanamente per l’evoluzionismo di Darwin che
partendo dalla biologia - la vita degli animali - fu applicato alla
società - la vita degli uomini.
Darwinismo sociale significa che l’animale umano il quale si adatti
meglio all’ambiente economico, possiede il diritto conferitogli
dalla natura di schiacciare l’animale più debole. Colui
che si è adattato meglio alla giungla sociale è il proprietario
dei mezzi di produzione. I più deboli sono coloro che non essendo
riusciti a sottrarsi all’imperio delle leggi economiche, non possiedono
alcun tipo di proprietà , e non sono quindi in grado di competere
nella gara: vengono impiegati come semplici strumenti della volontà
dei vincenti.
Adesso si verifica un travaso di concetti dall’economia alla linguistica.
A ben vedere tra il darwinismo sociale e quello linguistico c’è
una correlazione abbastanza marcata.
La novità è il concetto di inflazione. Esso vale tanto
per il denaro quanto per la parola. Più denaro si stampa, a parità
di valore prodotto, più l’inflazione galoppa. Più
miliardi di parole vengono scritte o pronunciate, con segni opposti,
meno è chiaro il loro significato.
In economia l’inflazione porta ad un aumento dei prezzi, e ad
una svalutazione del potere d’acquisto della moneta. Nella linguistica,
la parola inflazionata perde il proprio valore per un eccesso di produzione
e di uso. Il suo significato diventa incerto, e al valore nominale della
parola – il suo suono fisico – non corrisponde più
un oggetto di riferimento, sia materiale che spirituale. La TV, i giornali,
le radio, i libri ed i telefoni portatili hanno talmente moltiplicato
la parola, che essa è diventata una enorme bolla di sapone sempre
sul punto di scoppiare, troppo liquida per rappresentare qualsiasi tipo
di certezza.
Così è apparsa la Parola-Arlecchino. Essa cambia ogni
giorno il suo colore. Veste un abito gioioso, che scompare domani per
assumere un colore diverso in una ridda inestricabile di piroette e
di ipotesi sulla vera natura del colore che la rappresenta. La Parola-Arlecchino
è il dominio della Politica. Ma Arlecchino è anche una
maschera. E ciò può significare soltanto che la funzione
principale di questa parola, attraverso la confusione di Babele, è
nascondere qualcosa agli orecchi di chi l’ascolta.
Questo processo di morte della Parola (in quanto portatrice di verità)
ha prodotto un’illusione acustica: corre voce che la Parola (in
quanto portatrice di verità) non sia veramente morta. Il suo
fantasma si aggira nei castelli scozzesi delle televisioni e dei giornali
– viaggia sull’onda dei telefonini - vestito di un lenzuolo
bianco che vorrebbe indicarne il candore. Ma ne fa intravvedere soltanto
la vacuità.
La Parola morta è risuscitata come Lazzaro sotto forma di banalità.
Sta sulle gambe solo a prezzo di essere banale. Si era ammalata per
le ripetizioni. Come un vestito vecchio si usura perché viene
indossato ogni giorno, così le parole usate troppo spesso (PIL,
manovra, pace, progresso, crescita, democrazia, bontà) diventano
lise. Qualcuno decide di rattopparle, ma non per questo cessa il loro
carattere di parole vecchie, deboli, senza forza nella schiena.
Poiché la parola è un prodotto umano, la banalità
di un discorso deve procedere da rapporti umani banali.
Qui ci avviciniamo al centro del problema. Un ritorno alla parola dotata
di significato non procederà mai dalla letteratura, ossia da
un’arte. Si attende invece che sorgano nuovi rapporti tra gli
uomini. Se questi smettono di fare gli Arlecchini, anche le loro Parole
diventeranno credibili, nuove, fiammeggianti, portatrici di nuovi destini
per noi e per il Pianeta che ci ospita. Il rumore delle nostre parole
si svolge sullo sfondo del silenzio della Terra, irritata per l’insipienza
dei nostri comportamenti – verbali e non verbali. Oggi c’è
più verità nel silenzio che nelle parole.
Luciano
Jolly
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