INTENZIONI DI SCRITTURA  

Con il testo di Sergio Gallo diamo il via al dibattito sul tema: “Quali sono oggi le tendenze della poetica nella provincia Granda?”.

I- La poesia deve essere “autentica”. Essere specchio fedele dell’autore, nutrirsi di esperienze realmente o intimamente vissute o filtrate grazie alla sua sensibilità. Ciò esclude che la vera poesia possa essere imitazione, plagio, mistificazione. Se ci si rifà a qualche modello, occorre sforzarsi di metterci qualcosa di personale.

- La poesia deve possedere un linguaggio moderno. Il poeta è volente o nolente figlio del proprio tempo e di esso fornisce testimonianza (anche inconsapevolmente). Per questo la poesia moderna è contaminata con la prosa, con il parlato, con i linguaggi mediatici, con i linguaggi tecnico-scientifici: non può più essere poesia esclusivamente lirica o contemplativa. Ma deve comunque restare poesia e per quanto possa essere narrativa, deve distinguersi dal linguaggio prosastico e da ciò con la quale si “sporca”.

- La poesia deve dire qualcosa. Avere un messaggio, che sia semplice o complesso, ma il più possibile lucido e chiaro. Gli esperimenti linguistici di certe avanguardie, mi lasciano freddo, ma ancora più indifferente mi lasciano certi vaniloqui auto-celebrativi o autoreferenziali. Mi esaltano le visioni dei poeti Veggenti, come li chiama Rimbaud. Il linguaggio “alto” con cui si descrivono le minuzie della vita. Le meditazioni dei mistici di ogni tempo e di ogni credo religioso. Dovrebbe avere un linguaggio che nonostante tematiche esistenziali complesse o oscure cerchi nella sua semplicità mai banale di arrivare a tutti (all’intellettuale, all’acculturato, ai ceti meno abbienti e che non hanno avuto la possibilità di studiare).

- La poesia deve parlare dell’inconoscibile: di storie, sogni, miti. La poesia è come dice Nelo Risi “concreta e astratta, come per un fedele la sua religione rivelata” e “una continua ricerca del mito del proprio tempo”. Che si parli d’amore, di morte, di Dio (o della mancanza di Dio) è affrontare territori mai esplorati prima, o almeno da cui mai nessun viaggiatore sia tornato. Occorre parlare dell’oltre, dell’inafferrabile, del misterioso, dell’inesprimibile. Di ciò che nutre la nostra anima, delle voci provenienti dal nostro inconscio (o dal più accessibile subconscio). Far emergere ciò che non sappiamo di aver dentro (Milosz). Occorre cercare noi stessi: “Conosci te stesso – parti alla ricerca - riporta il Graal”, è l’appellativo di tutto la letteratura dell’Occidente; ad esso bisogna cercare di continuare ad ispirarsi. A costo di sondare abissi infernali, di toccare il fondo di abissi senza ritorno. Anzi, proprio lì si trova la poesia migliore, quella che è fame di Verità, di Assoluto, di Altrove. Nonostante tutto sia già stato scritto, sappiamo ancora così poco dell’Uomo.

Sergio Gallo


n un saggio la parola deve (non per dovere morale, bensì per necessità di efficacia) essere chiara e diretta; e NON deve essere noiosa né prolissa. In un saggio la poetica può rendersi più esplicativa se rimane ironica anche quando l’argomento si fa impegnativo.

Mario Frusi

 

La ricerca interiore e l’esigenza di denunciare le contraddizioni sociali, giocano ruoli importanti, perché la parola nasce dall’esigenza non solo del raccontare ma di cercare l’armonia nella vita dello scritto, come nella propria esistenza.

Rosa Maria Massari

 

La mia poesia è veleno e antidoto , il vento che gonfia le vele e che abbatte gli alberi, è il rosso dei petali di una rosa, è il rosso del sangue, la mia poesia è la sfera dove fermo le emozioni e le rivivo, le soffro, le amo, le sogno, le coloro!

Simona Sacco


Nella Lettera ai poeti futuri ho cercato di esprimere le mie convinzioni riguardo una poetica moderna. Ad essa rimando il lettore, per favorire la comprensione di questa nota (cfr. Versi d’inchiostro rosso sul sito www.parolasecca.it ).
Noi viviamo nella Granda, una terra che è stata contadina, e ha conosciuto la durezza del lavoro, della malora e della guerra ma anche l’intensità della comunicazione tra i viventi. Tutto questo è stato splendidamente raccontato, tra gli altri, da Pavese, Fenoglio e Nuto Revelli.
I tempi sono cambiati: la guerra ha lasciato posto alla pace, la malora ad un benessere materiale molto diffuso. Come se fosse un fenomeno inversamente proporzionale alla comunicazione, la ricchezza ha trasformato l’antica comunicazione contadina in spirito individualista e solitudine di massa. Il risultato è che – perlomeno in narrativa – il mondo circostante non può più essere raccontato in termini realistici, per la semplice ragione che esso si presenta sotto forma di banalità. La società di mercato, portando benessere, ha instaurato in pari tempo comportamenti di massa che sono eguali, ripetitivi, monotoni. Se pongo il mio punto d’osservazione in corso Nizza a Cuneo – supponiamo – vedo un flusso continuo di gente (uso ad arte questo termine generico) che cammina con passo eguale guardando le vetrine: abiti firmati, volti immobili, ciascuno diretto verso i propri scopi individuali. Un mondo del genere non è rappresentabile in modo neo-realistico. La prosa sarebbe noiosa e racconterebbe il nulla.
Queste sono le ragioni che mi hanno portato a scegliere – in prosa - la tecnica del paradosso. Penso che viviamo in un mondo paradossale. Il paradosso si affaccia in tutti i campi della vita. Qualche esempio: le forze produttive si sono sviluppate in modo straordinario, e un miliardo di persone (persone!) non riesce a mangiare. La nostra società si dichiara cristiana – ossia basata sui principi esposti dal Cristo nei Vangeli – ma prevalgono comportamenti basati sull’indifferenza o sulla prevaricazione. Si continuano a fare azioni di guerra, chiamandole missioni di pace. Si pone la famiglia come la base della società, ma molte famiglie vanno a rotoli. Si fa una campagna elettorale basata sulla diminuzione delle imposte, e si caricano i cittadini di tasse insopportabili. Si lotta contro la mafia, e questa si diffonde. Si inventano ogni giorno nuove meraviglie tecnologiche, e la gente si sente sempre più depressa. Si …
Ecco arrivare così I Dadi sono truccati, racconti basati in gran parte sul paradosso, individuato come tecnica narrativa capace di prendere le distanze dall’esistente (Ada Merini ha scritto: il poeta si tiene sempre lontano dall’impossibile). Anche nel Viaggio intorno al caos, che tutto sommato è scritto in modo tradizionale, la signora Lerda presenta dei punti di vista paradossali.
Lo scrittore non vive isolato dal suo ambiente. Può anche chiudersi in se stesso e fingere di essere unico o indipendente. Ma ciò non impedisce alla Storia (il passato) e alla Società (il presente), di soffiare loro sul suo collo. L’occasione che ha lo scrittore in Granda è in primo luogo quella di cercare la verità, nei suoi due aspetti: la verità esterna, come si presenta nelle mille sfaccettature della vita sociale. E soprattutto la verità interiore, ben più difficile da cercare senza un lungo ed intenso lavorio.
Lo scrittore che opera oggi nella Granda, inizia come tabula rasa. È cosciente della tradizione, ma non la copia. Tende verso strade innovative, ma sa che ogni cambiamento della poetica tiene conto di chi l’ha preceduto. Si guarda intorno e si fa impressionare dal mondo. Si guarda dentro e attinge alle formidabili forze dell’inconscio. Allora è pronto per raccontare com’è la vita complessiva in questo inizio di Millennio.

Luciano Jolly

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